Pirati dei caraibi: La vendetta di Salazar – Un nuovo orizzonte

Quinto capitolo per la saga piratesca di casa Disney, dove ritroviamo tutti i personaggi “classici” e allo stesso tempo di nuovi dando inizio a una vera e propria ripartenza. Questo episodio parte dal figlio di Will Turner e Elizabeth Swann (Orlando Bloom e Keyra Knightley) intenzionato a liberare il padre dalla dannazione che lo lega al Olandese Volante, si metterà alla ricerca del tridente di Poseidone, antiqua reliquia perduta in grado di mettere fine a tutte le maledizioni che vivono nei mari. Per riuscire in questa impresa il giovane Henry Turner (un Brenton Thwaites abbastanza inespressivo come fu Orlando Bloom nei precedenti episodi), unirà le forze con la presunta strega Carina Smyth (Kaya Scodelario) e ovviamente Jack Sparrow (Johnny Depp), che nel frattempo è inseguito dal fantasma del capitano Salazar (Javier Bardem), un cacciatore di pirati spagnolo morto molti anni prima e che vuole la sua vendetta.

"PIRATES OF THE CARIBBEAN: DEAD MEN TELL NO TALES"..The villainous Captain Salazar (Javier Bardem) pursues Jack Sparrow (Johnny Depp) as he searches for the trident used by Poseidon..Ph: Film Frame..©Disney Enterprises, Inc. All Rights Reserved.

Abbandonato lo stile cappa e spada dalle venature quasi orrorifiche del primo inarrivabile episodio, questo “La Vendetta di Salazar” trova comunque un suo equilibrio abbracciando il fantasy per famiglie eliminando completamente i toni scuri a cui ci aveva abituato Verbinski (il capitolo diretto da Marshall lo consideriamo un incidente di percorso, seppur esso miliardario). Il duo alla regia formato da Joachim Rønning ed Espen Sandberg nonostante lavorino sommando sequenze via via sempre più spettacolari e con un rutilante uso di computer grafica, riescono comunque a costruire uno spettacolo che funziona senza distinguersi per alcunché, il “classico” lavoro ben eseguito al servizio della storia e degli attori. Ma se riguardo agli attori l’unico veramente degno di essere menzionato è Javier Berdem, il quale nonostante venga seppellito sotto make up e tonnellate di computer graphic, restituisce un cattivo degno, a deludere è la sceneggiatura scritta da Jeff Nathanson.

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La storia, nostro malgrado, rivelerà ben presto la propria natura di versione apocrifa de “La maledizione della prima Luna”, dalla quale pesca a mani basse la medesima struttura al limite del plagio, su cui fa muovere personaggi vecchi e nuovi per giustificare il tutto, senza trascurare una “morte eccellente” prima della fine proprio come accadeva ne “Il risveglio della forza” (altro prodotto di casa Disney). E’ proprio da questo capitolo della saga di “Guerre stellari” che il film sembra ispirarsi, per creare un nuovo punto di partenza per una saga che vede nell’immagine ingombrate del suo vecchio protagonista, Jack Sparrow (tranquilli non è lui che di certo ci lascerà dopo questo episodio), il vero peso che scompensa l’intera operazione. Se nella prima trilogia l’esuberanza del personaggio interpretato da Johnny Depp (qui più funzionale che altro, quasi una interpretazione a comando della produzione), veniva ben bilanciata da dei comprimari ben scritti e approfonditi il giusto, ne “La vendetta di Salazar” troviamo due nuovi protagonisti del tutto incapaci di proporre una valida alternativa al passato e si limitano ad essere le speculari versioni sbiadite della coppia Knightley/Bloom.

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Nonostante la pellicola mostri molto onestamente il fianco a critiche, rimane comunque piacevole e divertente, riuscendo a strappare più di qualche risata e a sbalordire in più di una sequenza per la sua portata spettacolare. Anche in questa occasione Jack Sparrow e la sua combriccola di pirati possono veramente guardare verso nuovi orizzonti e avventure, anche se ci auguriamo che le prossime rotte siano benedette da un vento di cambiamento.

King Arthur: Il potere della spada – George chi? Il nostro George

Il regno di Camelot si trova ad un passo dalla fine, lo stregone Mordred sta per abbattere l’ultima roccaforte degli uomini, a fermarlo il re Uther Pendragon (Eric Bana) e la sua spada dai poteri magici. Sconfitto il nemico che arriva dall’esterno, il monarca potrà poco contro la minaccia cresciuta al suo fianco: il fratello Vortigern (Jude Law). Uther allora metterà in salvo il proprio figlio Artù, a costo della sua stessa vita, lasciando la sua spada conficcata in una roccia cosicché nessuno tranne i suoi discendenti diretti possano estrarla e utilizzarne il potere.

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Cresciuto tra le strade della Londra medioevale (Londinuim) tra criminali e prostitute, Artù (Charlie Hunnam) scoprirà di essere il legittimo re, ma per mettere la corona sulla propria testa dovrà affrontare il suo passato e l’infinita malvagità di suo zio Vortigern. Guy Ritchie è il regista di Londra, a tutti gli effetti la città è il filo rosso che collega tra di loro le sue pellicole migliori. Se guardiamo a ritroso nella sua filmografia ogni volta che Ritchie non muove la sua macchina dapresa tra le strade e i “teppistelli” della capitale del Regno Unito, qualcosa non funziona mai a dovere, il cinema del regista sembra quindi legato a quelle strade e ai bizzarri personaggi che le popolano. Non fa eccezione alla regola “King Arthur” dove anche questa volta, seppur a ritroso nel tempo, ci ritroviamo nuovamente tra le vie di Londra e questa ci restituisce un Guy Ritchie in ottima forma stilistica.

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La leggenda di re Artù passa attraverso l’ipertrofia visiva del regista inglese e rinasce sotto una nuova forma, scansando i toni drammatici del poema medioevale, la pellicola dapprima immerge lo sguardo nel suo mondo fatto di cavalieri, criminali e magia, poi rimodella il personaggio principale e il mondo dove egli si muove. Infine unisce tutti gli interrogativi, pochi e non molto originali a dire il vero, presenti nella sceneggiatura restituendo un finale dove lo sforzo produttivo non solo è tangibile ma è anche innegabilmente riuscito (magari criticabile ma funziona come poche volte capita in produzioni del genere). Guy Ritchie fa passare il ciclo arturiano nel suo “distillato di piccoli criminali londinesi” ed il risultato è che ancora una volta, ciò che conta non è la complessità dell’intreccio, ma il modo in cui viene spettacolarizzato nella sua semplice linearità (le immagini prendo nuovamente potere sul testo).

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Il tempo narrativo è importante in “King Arthur” e il regista inglese lo taglia, lo smezza, lo ritaglia e lo ridefinisce come fa da sempre nel suo cinema, con continui flashback, flash forward e tutte quelle caratteristiche che in sala di montaggio definiscono il corpo cinema del cineasta. Oltre alla tecnica, non passano ovviamente in secondo piano i coprotagonisti così come i vari caratteristi che popolano la storia, i perfetti momenti comici, così come le musiche e la fotografia del sempre “bluastro” Mathieson. Guy Ritchie consegna allo sguardo un film divertente e con una precisa identità visiva, ed in un periodo in cui il cinema non può fare a meno di saghe episodiche, o universi condivisi, questo “King Arthur” si rivela qualcosa di cui sarebbe meglio non privarsi.

Ghost in the Shell – La forma del guscio

Il punto di partenza a cui fa riferimento il regista Rupert Sanders (“Biancaneve e il cacciatore”), sono gli esperimenti cinematografici di Rodriguez e Snyder, capaci con “Sin City” e “300” di trasportare il racconto a fumetti con una maniacale ossessione riguardo la forma dello stesso, in una visione cinematografica al limite del plagio estetico, più che del sentito omaggio. Scegliere delle opere di partenza il cui contenuto era scarno per mettere in risalto l’estetica del tratto, contribuirono al successo della migrazione su celluloide delle stesse (anche se in seconda battuta questo genere di adattamento ha mostrato il suo essere efficace come esperimento isolato, non è un caso che entrambi i seguiti di questi titoli abbiano fallito proprio dove gli originali fecero gridare al miracolo).

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La versione cinematografica dell’anime “Ghost in the Shell” riesce, proprio come i titoli appena citati, nell’impresa di trasformare il contenuto animato (non un fumetto questa volta), in una pellicola con attori in carne e ossa riproponendo in chiave aggiornata quell’estetica cyberpunk che ha inghiottito gli sguardi di almeno due generazioni di spettatori e addetti ai lavori. Dove il lavoro di Sanders differisce da quello degli altri due registi sta nella necessità, non propriamente in fase di regia ma di sceneggiatura, di sfoltire un racconto per renderlo filmabile e comprensibile da un pubblico ben diverso da quello della controparte animata. Qui che l’esperimento si assume il suo rischio maggiore, anche perché al contrario dei fumetti di Miller dove la forma vince sulla sostanza, l’anime diretto da Oshii di contenuti ne ha fin troppi. “Ghost in the Shell” è una pellicola di fantascienza dall’impatto estetico fortissimo, il bagliore dei neon contrapposto al grigiore dei bassifondi rimane impresso per molto tempo a visione terminata, ma a minare l’intera riuscita del racconto sta non tanto nel aver sfoltito con l’accetta molti dei temi trattati nell’originale, ma nell’arco narrativo scelto per la protagonista principale, il maggiore, interpretato dalla diva sci-fi per eccellenza Scarlett Johansson.

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Se tematiche, uno stile narrativo complesso e decisamente troppo orientale (questo va sottolineato dato che l’originale animato è un cult in Giappone e per noi è stato una rarità a cui pochi appassionati hanno avuto accesso per molti anni), erano un ostacolo per una fruizione globale e non ristretta a una cerchia di spettatori, a deludere è la scelta di riciclare lo stereotipo dell’eroe tradito, che dopo aver scoperto la verità sul suo passato diventa di conseguenza nemico da combattere, da parte di coloro che fino a quel punto erano amici. Questa scelta disinnesca una carica visiva e produttiva potentissima, che nonostante la spettacolarità (alcune sequenze riprese di peso dall’anime regalano i momenti migliori della pellicola), non riesce a trovare un intreccio originale per la protagonista che si trova al centro delle vicende. “Ghost in the Shell” purtroppo è una pellicola con una forma esemplare mel rispetto del materiale di partenza, ma purtroppo nella sostanza sembra il remake cyberpunk del primo Jason Bourne cinematografico, il che rende il film perfettamente godibile a qualunque tipo di sguardo, ma allo stesso tempo lo riduce ad un bellissimo e dimenticabile esercizio stilistico, o per essere più diretti l’ennesima occasione mancata.

Fast & Furious 8 – Pronti. Partenza. Via!

Ottavo capitolo e nuovo punto di inizio per questa saga che nel suo continuo mutamento non mostra segni di stanchezza, anzi possiamo/dobbiamo confermare che questo nuovo episodio è uno dei migliori sino ad oggi proposti sul grande schermo, se non addirittura quello davvero più riuscito tra tutti. Con un inizio ambientato a Cuba (nuova vecchia meta per il cinema americano post embargo), la pellicola di F. Gary Gray (“Straight Outta Compton”, “Il negoziatore”) si prende il tempo per omaggiare gli episodi precedenti e presentare nuovamente le coordinate su cui l’intera produzione si è fino ad ora mossa, mentre tutto questo scorre viene introdotto il nuovo antagonista della famiglia allargata Toretto: Cipher.

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A vestire i panni di quest’ultimo, un hacker informatico che nessuno riesce a rintracciare, troviamo Charlyze Theron nuova entrata che le regala alla saga il miglior cattivo apparso sino ad ora (e proprio in questo personaggio implacabile sta la riuscita di questo nuovo racconto). Nelle oltre due ore dirette dal regista americano, “Fast & Furious 8” imprime sullo schermo alcune delle sequenze d’azione tra le più spettacolari (e anche improbabili come registro vuole) di cui chi scrive abbia ricordo, ma come se non bastasse oltre ad alzare l’asticella in questo senso, il cineasta newyorkese riesce a donare ad ogni singola scena il giusto respiro, non risparmiando un montaggio frenetico ma senza che questo vada a discapito degli spazi scenici. Il risultato è una pellicola da godere in tutta la sua grezza bellezza, perché difficilmente capiterà di rivedere qualcosa di così incredibile come l’inseguimento che si svolge per le strade di New York invase da una “mandria” di auto (che sembra la rielaborazione della corsa degli Gnu impazziti de “Il Re Leone” Disney).

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Ma se sul fronte visivo la pellicola non delude, questo ottavo episodio trova nella sceneggiatura di Chris Morgan il perfetto collante generale. Tenendo presente la materia di cui si sta trattando, non può non colpire ’l’audacia” con cui lo sceneggiatore riprende alcune situazioni delle pellicole precedenti andando a pescare nella memoria della saga, oppure di come finalmente tutti i personaggi trovino il giusto spazio nel racconto grazie anche ad un inaspettato “passaggio in secondo piano” del protagonista Vin Diesel a favore dei personaggi interpretati da Dwayne Johnson e Jason Statham, che oltre ad essere protagonisti di una delle sequenze più divertenti della pellicola (la fuga da un carcere), regalano momenti comici perfetti ogni qual volta loro malgrado si ritroveranno a collaborare. Poco dopo l’inizio della pellicola, probabilmente a metà del primo tempo, uno dei personaggi guardando in macchina esclama: “devi conoscere il tuo pubblico”, in questa frase sta la chiave della riuscita di “Fast & Furious 8”.

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La produzione sa perfettamente quale sia il pubblico a cui fa riferimento e crea per questi spettatori lo spettacolo che si aspettano di vedere, ogni volta più grande e curato nei dettagli che faranno presa su chi sta dalla parte opposta dello schermo, ma al tempo stesso è un cinema capace anche di trovare nuovi sguardi da portarsi dietro e stupire anche i più scettici con sorprese inaspettate. E dopo quasi vent’anni di presenza cinematografica questa saga non la si può bollare semplicemente come cinema da vedere a cervello staccato (anche perché alcuni omaggi non passeranno inosservati ai cinefili come ad esempio quello dedicato a John Woo), ma divertimento di grana grossa ben riuscito.

Logan – L’importanza della redenzione

Ambientato in un futuro distopico nell’anno 2029, “Logan” ci restituisce un mondo dove gli esseri umani mutanti sono quasi del tutto estinti e le mirabolanti gesta eroistiche di un tempo, sono relegate nei ricordi di chi ha potuto vederle, nei racconti a fumetti e nella fantasia popolare. Logan (Hugh Jackman) ha dismesso i panni di Wolverine e si limita a fare l’autista di Limousine, vivendo aspettando il giorno della propria morte assieme al professor Xavier (Patrick Stewart) e Calibano (Stephen Merchant), in un posto desolato nei dintorni di El Paso. Un giorno però entrerà nella sua vita Laura (Dafne Keen), una ragazzina mutante che dovrà mettere in salvo scortandola fino al “Eden”, meta sicura in Canada per gli ultimi rimasti della loro specie.

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Assieme a Xavier intraprenderanno un viaggio attraverso gli stati uniti che cambierà per sempre le vite del trio. Serviva James Mangold per portare maturità nel cinema di genere di stampo supereroistico, levando così il primato indiscusso alla saga de “Il cavaliere oscuro” di Nolan. “Logan” fin dai titoli di testa non nasconde la sua componente drammatica, la storia è come nei migliori film di genere un pretesto per raccontare altro, per poter proporre temi che in superfice non potrebbero mai essere inseriti. Mangold ripuliscie (pur non privandolo di personalità propria) l’aspetto ludico della pellicola composto da scontri ed inseguimenti di vario tipo, riuscendolo a sposare perfettamente con tematiche e riflessioni estranee ad un genere fondato sulla spettacolarità della sua superfice e universalità di fruizione. Mangold che firma anche la storia crea ancora una volta un film “altro” come lo erano “Copland”, “Ragazze interrotte” o il remake di “Quel treno per yuma”. Nel cinema del regista l’impronta estetica è il contrappunto di un corpo in opposizione, esempio semplice e diretto di questo è proprio “Quel treno per Yuma” ove l’ambientazione western era lo sfondo di un film d’avventura reso credibile perché i protagonisti stessi lo erano. “Logan” è un film di supereroi tratto dai fumetti, un film d’azione, ma nasconde al suo interno un viaggio iniziatico che il protagonista compie per prendere autocoscienza della sua posizione nel mondo e lo comprenderà solamente quando qualcosa di nuovo si affaccerà all’orizzonte, quando tutto sembra perduto e le certezze nemmeno più opzionabili.

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C’è un nuovo inizio e una nuova frontiera da andare a esplorare, ma non è più il suo tempo, egli non è più l’eroe giusto per questa nuova sfida e una volta compreso questo consegnerà le speranze di un futuro diverso a Laura, che ha un cammino davanti a sé completamente da vivere finalmente libera dagli errori del passato, sbagli che egli stesso ha contribuito a creare. E mentre i titoli di coda si susseguono al ritmo di “The Man Comes Around” non rimane altro che lasciare Logan e Laura al proprio futuro, uscendo dal cinema commossi ma anche svuotati di un immaginario che ha per anni accompagnato un eroe dentro lo schermo, ma che grazie a Mangold finalmente riceve la giusta gravità anche al di fuori di esso.

Resident Evil: The Final Chapter – Lunga vita a Milla Jovovich

Il mondo è distrutto, dilaniato dalla piaga del virus “T” che ha condannato all’estinzione la quasi totalità degli esseri viventi, i pochi rimasti tentano di sopravvivere e respingere gli assalti dei mostri creati dall’arma biologica fuoriuscita dai laboratori della Umbrella. In mezzo a questa devastazione Alice (ancora una volta Milla Jovovich), combatte da oltre dieci anni creature di ogni tipo nel tentativo di arrestare questa apocalisse. Dopo tutto questo tempo viene a conoscenza dell’esistenza di un anti-virus che metterà fine all’orrore, ma per farlo dovrà ritornare nel luogo dove tutto è iniziato, l’alveare, il laboratorio sotterraneo della Umbrella che custodisce più di un segreto.

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Sesto e apparentemente ultimo capitolo della saga adattata da Paul W.S. Anderson dal videogioco Resident Evil di Capcom che tenta di mettere la parola fine alla storia iniziata nel 2002, che ha sempre percorso una via parallela alla controparte elettronica inglobandone al proprio interno personaggi e ambientazioni a proprio piacimento (ma sarebbe più corretto “uso e consumo”). Anderson in questo sesto capitolo dirige con rutilante intensità primitiva scene d’azione che fanno della totale alienazione dello spazio la loro cifra visivo/stilistica. In “Resident Evil: The final chapter” ad interessare non è più lo spazio piccolo e ravvicinato ma quello ampio ed aperto, più la camera si allontana dal fulcro dell’azione, maggiormente riesce a spettacolarizzarla, per poi tramortire nuovamente lo sguardo con fotogrammi ravvicinati che si susseguono ad un ritmo schizzoide che rende incomprensibile forma e spazio di quanto si sta vedendo, riducendo la percezione ad una versione semplificata del concetto di azione e reazione.

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In questo film si passa da situazioni dove scene statiche che non raccontano praticamente nulla, si alternano ad una gran confusione quando appare nello schermo una sequenza d’azione. Il corpo del cinema è portato oltre qualsiasi tipo di eccesso visivo/stilistico, oltre il linguaggio stesso che lo compone risultando incomprensibile ma paradossalmente molto più godibile di quando in precedenza si tentava di raccontare una qualche evoluzione di trama e personaggi. Quello che resta alla fine di questo “Grand Guignol” cinematografico è una strana sensazione di divertimento e la certezza che il merito più grande della saga non sia stato l’aver portato al cinema un videogioco, ma aver sdoganato la fisicità di Milla Jovovich, unica vera star femminile del cinema d’azione moderno. La sua Alice sono l’unica cosa che alla fine mancherà di tutta una serie di pellicole che non avrebbero senso alcuno se non fossero rappresentate dalla fisicità dell’attrice Ucraina.

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Resident Evil: Apocalypse – Zombi, mostri e confusione

Seguito diretto del primo capitolo dedicato allo scontro tra l’eroina Alice (Milla Jovovich) e le creature derivanti dal virus “T” prodotto nei laboratori della Umbrella Corp. Questa volta l’azione si sposta dalle strette stanze di un laboratorio sotterraneo, alle strade della cittadina di Raccoon City, ove il virus ha iniziato la sua diffusione e vige ormai la legge marziale. Un gruppo di mercenari, Alice e la poliziotta Jill Valentine (Sienna Guillroy), uniranno le loro forze per fronteggiare orde di mostruose creature ed uscire dalla cittadina infestata, portando in salvo anche la figlia di uno degli scienziati che ha contribuito alla realizzazione del virus (sostituendo i mostri con dei criminali potremmo dire di trovarci di fronte al remake di “1997: Fuga da New York“). Secondo capitolo dedicato alla saga videoludica horror di Capcom, portato sullo schermo in origine da Paul W.S. Anderson che lascia il posto dietro la macchina da presa rimanendo in veste di autore e produttore, affidando la sua “creatura” ad Alexander Witt qui alla prima esperienza come regista, che però ha in curriculum svariati anni come direttore di seconda unità, per titoli quali “Il Gladiatore” o “La maledizione della prima luna”.

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Come il suffisso del titolo “Apocalypse” suggerisce, questo secondo episodio è niente di più e niente di meno che una versione ingigantita della puntata precedente. Per fare questo l’azione si sposta in spazi più grandi, le creature aumentano, le scene d’azione hanno scala e portata maggiore e pure i personaggi presi dalla controparte videoludica vengo inseriti con generosità, così da dare l’impressione che la trasposizione cinematografica sia una sorta di spin off del gioco elettronico. Molto lavoro di questo seguito viene profuso per dare alle immagini un look in linea con il materiale di partenza, ed infatti a parte la protagonista tutti gli altri personaggi rispettano fedelmente le loro controparti elettroniche, così come le orrende creature sia quando esse create in CGI che tramite make up. La storia che si svolge nel corso di una notte (ottimo stratagemma per mascherare un budget modesto e sfruttarlo al massimo) è il vero punto debole di tutta la produzione, essa non solo è sconclusionata, ma trova difficoltà nell’essere addirittura un pretesto per giustificare quanto accade. La macchina da presa di Alexander Witt è visibilmente a suo agio in misura maggiore durante le sequenze di azione, ma non riesce proprio a restituire nessun tipo di struttura narrativa o interesse verso personaggi o fatti della storia raccontata. “Resident Evil: Apocalypse” scorre senza enorme fatica per tutta la sua durata, anche se più che un film sembra un enorme video musicale infarcito di combattimenti, che strappa una risata ogni volta che qualcuno proferisce parola. Se lo scopo era divertire, la pellicola ci riesce, forse non proprio nel modo sperato ma riesce nel suo intento. Se vi accontentate di un film dove essenzialmente si vede Milla Jovovich che ammazza mostri non rimarrete delusi.

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Resident Evil – Zombie Videoludici

Uno sguardo si apre nel cuore della notte all’interno di una villa completamente disabitata. Mentre i ricordi iniziano ad affiorare nella mente di Alice (Milla Jovovich) una squadra di soldati irrompe nelle stanze iniziando a chiedere spiegazioni alla donna su quanto accaduto. Scopriamo che lei è la custode di un laboratorio segreto situato sotto la villa e che la perdita di memoria non è se non un effetto collaterale del sistema di sicurezza. Ora ad Alice e alla squadra speciale della Umbrella Corp. non rimane altra scelta che avventurarsi nel laboratorio, indagare su quanto accaduto e mettere a sicuro l’area e la cittadina vicina: Raccoon City. Più approfondiranno quanto successo, più comprenderanno la pericolosità degli studi che venivano condotti, fino a dover affrontare orde di creature portate in vita da un virus biologico sviluppato nel laboratorio e un computer fin troppo zelante nell’applicare i protocolli di sicurezza.

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Terzo lungometraggio del regista inglese Paul W.S. Anderson (“Punto di non ritorno”, “Alien vs. Predator”), nel quale si inizia a riconoscere un certo stile personale nel approccio al genere b-Movie, ove l’attenzione tra necessità creative e budget a disposizione viaggiano di pari passo e come accaduto in passato (Roger Corman docet), si deve ricorrere a una buona dose di inventiva per sopperire alla mancanza di fondi produttivi. “Resident Evil” tratto dalla omonima serie di videogiochi della giapponese Capcom, permette al regista di creare la struttura del “b-movie moderno” (o meglio della sua versione personale del genere), sempre sul filo di lana tra serietà e cafonaggine ma anche tra effetti speciali digitali e artigianali. La pellicola che prende in prestito ciò che vuole dal videogioco utilizzandolo a piacimento, da un lato si distacca dalla trama della controparte elettronica costruendo una avventura attorno al personaggio della eroina cinematografica Alice, dal lato opposto però racconta la propria storia con una successione di eventi a compartimenti sequenziali che ricordano molto la struttura del gioco stesso, dove si alternano momenti di azione a sequenze di intermezzo che hanno lo scopo di condurre il protagonista allo scontro successivo.

9efa72d171402cc27c1ef00caca05681Anderson pesca a piene mani idee da quello che forse è uno dei più giganteschi e riusciti b-movie di tutti i tempi, ossia “Aliens” di Cameron e le adatta all’elemento fondante del videogioco ossia zombi e mostri di varia natura ed il mix è servito. Troviamo infatti un gruppo di militari (i marine di “Aliens”) che devono recarsi all’interno di un laboratorio con cui si sono interrotte le comunicazioni (la colonia di “Aliens”), con loro portano una delle poche persone che dovrebbero sapere cosa li aspetta (Ellen Ripley di “Aliens”). Da questo momento in poi inizia un conto alla rovescia che sterminerà quasi completamente i componenti della squadra, che si concluderà con l’ovvia distruzione del laboratorio da parte della protagonista, interpretata da Milla Jovovich perfettamente in linea con quanto richiesto dal suo personaggio. “Resident Evil” è una pellicola che porta con sé il peso di una saga videoludica molto amata, la traspone tradendola in parte, ma mantenendo lo scopo che un film di genere non dovrebbe mai dimenticare: divertire divertendosi a sua volta.

Assassin’s Creed – Viaggi nell’animo

Una lotta millenaria si consuma per la salvaguardia del libero arbitrio. La setta degli “Assassini” agisce per preservare i segreti custoditi da un manufatto chiamato “la Mela dell’Eden”, mentre “i Templari” vogliono controllare l’umanità piegandone le coscienze a proprio vantaggio, tramite i segreti custoditi nella reliquia in possesso dei primi. Lo scontro continua tutt’ora e sembra arrivato ad una incredibile svolta grazie ad una macchina chiamata “Animus”, la quale permette di viaggiare a ritroso nel tempo tramite la memoria genetica del paziente, facendo rivivere a quest’ultimo le vite dei propri antenati.

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Ed è grazie al sequestro di Callum Lynch (Michael Fassbender), un condannato a morte per aver ucciso un pappone, che i templari si ritroveranno vicinissimi al loro obbiettivo, dato che quest’ultimo altro non è che il discendente diretto di Aguilar de Nerha (Michael Fassbender nuovamente), assassino ai tempi della inquisizione spagnola, nonché ultimo uomo ad essere entrato in possesso della “Mela dell’Eden”. Rivivendo le memorie del suo antenato Callum scoprirà anche alcune verità sulla sua infanzia, costringendolo a scegliere da quale parte schierarsi, se sposare anche lui la causa degli assassini o consegnare il potere ai templari. Justin Kurzel ritrova Fasbbender e la bellissima Marion Cotillard con i quali aveva realizzato “Macbeth”, per trasportare su pellicola le vicende di un videogioco da cui il film eredita il nome e trae ispirazione.

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Le differenze tra i due media hanno fatto, giustamente, decidere di concentrarsi su personaggi e ambientazioni completamente nuove, così da evitare paragoni con trame già viste dai giocatori, ma anche per rendere comprensibile la vicenda a coloro che con il videogioco non hanno mai avuto nulla con cui spartire. Purtroppo possiamo registrare questa ottima scelta come l’unica veramente riuscita del film, che seppur in grado di regalare dello spettacolo difficilmente si rivela in capace di raccontare in modo appassionante la storia che sta alla base del tutto e i personaggi ad essa collegati. Nonostante il cast di tutto rispetto, il cinema di Kurzel proprio come nel precedente film, non riesce ad andare oltre l’autocompiacimento estetico, il suo occhio è troppo attento alla gestione del controluce più che allo spazio scenico e agli eventi e questo si nota nel modo anonimo con cui vengono gestite le sequenze d’azione, vero cuore del film.

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Il regista australiano muove la macchina da presa attraverso due epoche diverse senza mai immergerla nella polvere della Spagna di Aguilar (la parte più suggestiva della pellicola), o nelle pulsioni che vive Lynch costretto a combattere per ritrovare sé stesso o decidere se abbandonarsi all’idea curatrice della dottoressa Rikkin (una Cotillard che per la seconda volta nelle mani di Kurzel mette in mostra una apatia espressiva quasi totale). Il risultato è una pellicola che non sa decidere se spingere l’acceleratore sulla sua parte marcatamente b-movie, o concentrarsi sui temi principali dello script ossia il libero arbitrio e l’importanza delle nostre scelte, sfruttando un cast che vede anche comprimari di primordine come Jeremy Irons e Charlotte Rampling. “Assassin’s Creed” al netto dei suoi gravi difetti riesce comunque a non tradire la sua fonte di partenza (pur con tutte le libertà e i rischi presi), ma allo stesso tempo fatica a ricavarsi una propria identità filmica rendendo lo spettacolo troppo sterile, completamente privo di emozione.

Animali Notturni – La pena dell’animo

Susan trova nella posta la bozza di un libro scritto e speditole dal suo ex marito, un insegnante di nome Edward Sheffield (Jake Gyllenhaal), dal quale si è separata da quasi vent’anni e con cui non ha avuto più alcun contatto per tutto questo tempo. Il libro che l’autore le dedica, racconta la sconvolgente storia dell’aggressione ai danni di una famiglia che partita per un fine settimana di vacanza, incrocerà la strada con dei criminali che lasceranno in vita solamente il padre (Jake Gyllenhaal), desideroso di vendetta per la perdita subita. Susan (Amy Adams) che ora vive una vita agiata e vuota dirigendo una galleria d’arte, trova nelle parole del libro la forza che non credeva propria di Edward, o almeno di quella persona che credeva fallimentare e che fece uscire dalla sua vita in modo arbitrario e violentissimo.

“Quando ami qualcuno dovresti fare attenzione.

Potrebbe non capitarti più”

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Tom Ford trasporta su pellicola il romanzo “Animali notturni”, adattando lui stesso che intreccia due storie parallele con un comune epilogo: la vendetta. Da una parte troviamo il racconto del libro che vede protagonista un padre disperato per la perdita di moglie e figlia, contrapposta a questa vicenda la storia di Susan, la lettrice, che sconvolta dalla violenza contenuta nelle parole inizierà a ripercorrere il proprio passato, ricordando il rapporto tra lei e l’ex marito, ma soprattutto il modo con cui lo ha fatto uscire dalla propria vita. “Animali notturni” forte di una estetica al limite del patinato ma di grande impatto, si concentra sul rapporto tra la solitudine e l’apparenza, spiega come la conservazione di un involucro finto spinga le persone ad emarginarsi lentamente non solo da ciò che hanno attorno, ma anche da quello che erano. Apparire ha un costo e Susan lo paga in ogni minuto della sua vita; una decisione drastica anni prima ha fatto sì che potesse raggiungere lo stile di vita che desiderava, ma adesso si ritrova sola,  con una figlia che non la richiama e un marito che la tradisce, trascorrendo  giornate tra loro uguali al punto che lei stessa non ricorda le sue azioni (il quadro “revenge” è un esempio di questo).

Tom Ford armato di una lucidità narrativa che non lascia niente alla casualità, immerge lo sguardo in un cupo racconto impregnato di violenza, il cui epilogo non può e non sarà edificante ma anzi toglierà il fiato in favore della riflessione. “Animali notturni” è la storia di tre vite svuotate da qualcosa di veramente importante come l’amore e gli affetti, ma se a Tony/Edwards subiscono la violenza, Susan è colei che la perpetra e la solitudine è il costo da pagare per questo, ma forse ritrovarsi sola non è veramente la peggiore delle punizioni, probabilmente il suo essere cosciente di aver imboccato una via senza ritorno né redenzione, questa e la vera pena, il giusto castigo. Tom Ford si rivela nuovamente abile narratore con un linguaggio esteticamente curato, ordinato e misurato, in “Animali notturni” tutto è al punto giusto nel momento giusto ma senza trasformarsi in un compito ben eseguito, rendendo il film avaro di emozioni. Nonostante il suo essere freddo, “Animali notturni” è un sontuoso spettacolo per gli occhi e la mente che non passa per il cuore.